ROMA — Nonostante il lavorìo sulle liste sia ormai in dirittura d’arrivo— assicura Ignazio La Russa che sono «solo due le Regioni dove c’è qualche casella ancora aperta, Lazio e Campania», il che è «un altro grande risultato
di questo coordinamento: se ricordiamo che alle Europee ci fu perfino un signore che si diede fuoco davanti a palazzo Chigi per protestare...» — le acque restano molto agitate nel Pdl. Basta pensare alle inchieste sulla corruzione. E ieri si è aggiunto anche l’appello del Presidente del Senato, Renato Schifani: «Urge un intervento legislativo». A preoccupare profondamente il premier è — raccontano— il clima nel Paese conseguente a una «campagna elettorale che sta facendo la magistratura» e che sta portando a un «vento di antipolitica» che spingerà «la gente a non votare». È infatti l’incubo astensionismo che tormenta Berlusconi: secondo i sondaggi in suo possesso, se si votasse oggi «andrebbe alle urne solo il 60% degli italiani», non con l’intento diretto di punire il Pdl e premiare il centrosinistra «perché il Pd non va proprio da nessuna parte», ma con il probabile effetto di indebolire uno schieramento che sul voto politico molto più che su quello amministrativo ha sempre basato la sua forza.
Per questo il premier insiste sulla necessità di dare segnali chiari contro la corruzione: il ddl per inasprire le pene, per aumentare i controlli negli enti locali e nella pubblica amministrazione sarà nel prossimo Cdm, anticipato a domani che è anche il giorno della sentenza della Cassazione sul processo Mills. E pretende per quanto possibile «liste pulite», e infatti sarà lui a decidere sui casi ancora aperti in Campania, mentre in Lombardia si attenderà fino ad oggi l’auspicato passo indietro di Giancarlo Abelli, al quale è stato promesso un ruolo di vice coordinatore.
Tutto insomma verrà tentato per spazzar via l’immagine di una politica del «malcostume», come l’ha definita quel Gianfranco Fini che è l’altra spina nel fianco del Cavaliere. Raccontano infatti che tra i due lo stato dei rapporti sia quasi tornato al minimo, tanto che in Transatlantico nei capannelli c’è chi racconta che «tutti sanno che dopo le Regionali ci sarà la vera resa dei conti: il partito si può rompere». Un partito che lo stesso Berlusconi considererebbe oggi «un errore», perché forse sarebbe stata meglio una federazione. E questo mentre — raccontano— anche dalle parti dell’ex An si muovono, se è vero che finiani doc come Italo Bocchino starebbero pensando a costruire anche loro una rete di «club» sul territorio da contrapporre a quelli degli azzurri. È in questo clima che il presidente del Senato prende le distanze proprio da Fini e dalla sua proposta di sospensione dalle candidature per 5 anni per i condannati in via definitiva: «Già questa soluzione è nella legge: chi è condannato definitivamente per reati contro la Pubblica amministrazione subisce l’interdizione dai pubblici uffici». Anche Schifani però avverte la necessità di intervenire: «I partiti si devono imporre rigore nella selezione della classe dirigente, a volte non candidando chi è condannato non in via definitiva». Mentre La Russa sostiene che «il limite non rigido sta nel rinvio a giudizio. Al di sotto non c’è problema. Al di sopra ci sará un invito a non candidarsi».
Paola Di Caro
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